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Escalation in Iran, scuole colpite: la preoccupazione di Unicef


Senza tregua – Continua l’escalation militare in Medio Oriente. La preoccupazione di Unicef nel servizio di Fabio Piccolino.

Unicef si dichiara “profondamente preoccupato dalle notizie di attacchi in Iran e in tutta la regione, che mostrano il grave pericolo per i bambini. Sono state segnalate scuole colpite in Iran, tra cui un istituto femminile nel sud del Paese. Secondo quanto riferito, decine di studentesse sono state uccise e molte altre ferite”. L’organizzazione chiede una cessazione immediata delle ostilità e il rispetto degli obblighi del diritto internazionale, mentre di prepara ad aumentare il sostegno ai bambini colpiti e alle loro famiglie, secondo necessità e richieste.

Attacco all’Iran, Terzo settore unito: la guerra non è la soluzione


Fermare l’escalation – Preoccupazione del mondo del terzo settore italiano per l’attacco di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Il servizio di Fabio Piccolino.

Ogni ulteriore azione militare comporta conseguenze dirette sui civili, sulle infrastrutture essenziali e sugli equilibri geopolitici, con ripercussioni sulla sicurezza globale. Lo dice AOI dopo l’attacco di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Questo attacco – spiegano – rischia di provocare un allargamento del conflitto dalle conseguenze imprevedibili. Secondo Acli ci troviamo di fronte ad una drammatica affermazione della legge del più forte, e della guerra come unica arma di risoluzione delle controversie internazionali. Per Arci i bombardamenti non aprono scenari di libertà, ma moltiplicano guerra, sofferenza e instabilità.

Cutro, tre anni dopo: 600 morti in mare dall’inizio del 2026


Memoria viva – Nel terzo anniversario della strage di Cutro, costata la vita a 94 persone, Medici Senza Frontiere ricorda che dall’inizio dell’anno oltre 600 persone risultano già morte o disperse in mare, spiegando che dopo quella tragedia nulla è stato fatto per evitare che accada di nuovo.

Tre anni dopo il naufragio di Cutro continuiamo ad assistere a nuovi naufragi e a nuove morti in mare, in particolare nel Mediterraneo centrale.

Cosa significa? Nulla è cambiato e le stragi in mare non si sono fermate. Dopo il 26 febbraio 2023 ci saremmo aspettati un rafforzamento delle capacità di ricerca e soccorso, ma questo non è avvenuto. Né le istituzioni europee né il governo italiano si sono mobilitati per riattivare un meccanismo stabile e coordinato di ricerca e soccorso nel Mediterraneo. Piuttosto, hanno penalizzato e criminalizzato ogni iniziativa della società civile in mare, ostacolando i soccorsi, mentre continuano a mancare alternative sicure e legali per chi cerca asilo in Europa.

Gli unici provvedimenti del governo italiano hanno interessato le navi delle organizzazioni umanitarie, limitando la loro capacità attraverso l’obbligo di dirigersi senza ritardo verso il porto assegnato dopo un singolo intervento, l’assegnazione sistematica di porti lontani e la previsione di sanzioni amministrative e fermi in caso di presunte violazioni.  Con il decreto che è stato varato all’indomani del naufragio del 26 febbraio, rinominato decreto-Cutro, sono state modificate le norme in materia di protezione speciale e di accoglienza, con un impatto diretto sulle condizioni delle persone richiedenti asilo e rifugiate in Italia.

Da ultimo, un recente disegno di legge prospetta l’interdizione fino a 6 mesi dall’accesso alle acque territoriali per le navi delle ONG, prevista in casi formulati in modo vago e quindi suscettibili di ampia discrezionalità. Una misura che rischia di ostacolare ulteriormente un obbligo sancito dal diritto internazionale: salvare vite umane in mare.

Intanto, in Europa, nuove proposte legislative, volte ad anticipare l’attuazione del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, spingono per ancor più rigide procedure di frontiera e rimpatri, l’ampliamento della lista dei cosiddetti paesi di origine sicuri e la possibilità di trasferimenti verso stati terzi, di fatto minando le basi del diritto d’asilo.

In questo contesto, mentre le organizzazioni civili di soccorso continuano a operare nel rispetto del diritto internazionale, le strette al soccorso civile nel Mediterraneo introdotte negli ultimi mesi ne hanno ridotto la presenza in mare e mettono a rischio il lavoro delle navi umanitarie, e con esso la vita di chi attraversa la rotta in cerca di un futuro migliore.

Senza un rafforzamento delle attività di ricerca e soccorso e senza canali di accesso legali e sicuri, il rischio di ulteriori tragedie resta elevato. Il prezzo da pagare restano le vite delle persone migranti.