Non per tutti – Quasi il 25% delle persone con disabilità dichiara di aver rinunciato a intraprendere un percorso psicologico. Barriere fisiche, comunicative e culturali tra i motivi che di fatto negano il diritto fondamentale alla salute mentale. Lo rivela un sondaggio di Serenis con Fish, che evidenzia anche il bisogno di psicoterapia nei caregiver.
Un segnale chiaro, che viene confermato dal fatto che il 50,4% dei caregiver, pur non avendo mai usufruito di un servizio di psicoterapia online, dichiara di volerlo provare. Un problema che potenzialmente potrebbe coinvolgere 2,9 milioni di persone con disabilità in Italia e i 12,7 milioni di caregiver tra i 18 e i 64 anni (34,6% della popolazione) che si prendono cura dei figli minori di 15 anni o di parenti malati, disabili o anziani. I dati sono stati illustrati questa mattina nel corso di una conferenza stampa che si è svolta presso la Camera dei deputati, su iniziativa dell’onorevole Ilenia Malavasi, e con la partecipazione dell’onorevole Luciano Ciocchetti. Nel corso dell’evento bipartisan è stato presentato il Manifesto per l’accesso alla psicoterapia promosso da Serenis e Fish.
Accessibilità, piani anti-barriere architettoniche fermi in due città su tre
Un percorso a ostacoli – Solo un capoluogo su tre in Italia ha approvato i Piani di Eliminazione delle Barriere Architettoniche. A quarant’anni dalla legge che ne ha introdotto l’obbligo, l’indagine dell’Associazione Coscioni racconta un’Italia ancora distante dai principi di accessibilità e inclusione.
Diritto al consenso, migliaia in piazza sabato scorso a Roma
Diritto al consenso – In migliaia in piazza sabato a Roma per la manifestazione nazionale indetta dalle associazioni contro la modifica al testo di legge in Senato. Ascoltiamo Rosalba Taddeini, di Differenza Donna.
Malattie rare, appello per diagnosi precoci e cure accessibili
Uniamo le forze – Domani è la giornata mondiale delle malattie rare. Sono 2 milioni i pazienti in Italia e soprattutto bambini. La rete Uniamo, insieme alle Società scientifiche pediatriche, lanciano un appello per garantire diagnosi precoci e accesso reale alle terapie. Eventi di informazione e sensibilizzazione in tutto il Paese.
La Giornata, istituita nel 2008, cade il 29 febbraio, un giorno raro per i malati rari. Negli anni non bisestili, si celebra convenzionalmente il 28 febbraio. Ma sempre di più, negli ultimi anni, si parla del mese delle malattie rare.
E’ l’occasione giusta per intraprendere attività, azioni e iniziative pubbliche per far concentrare e focalizzare l’attenzione sulle necessità e i bisogni che la convivenza con una malattia rara comporta nel quotidiano, per i pazienti e per i loro familiari.
Albania, centro di Gjader, 90 persone trattenute: il numero più alto finora
Prova di forza – Sono circa 90 le persone trattenute nel Centro di permanenza per il rimpatrio di Gjader, in Albania, il numero più alto finora. Cifre che, secondo Tavolo Asilo e Immigrazione, indicano la volontà del governo di normalizzare il funzionamento del centro, nonostante i rinvii pendenti alla Corte di Giustizia Europea.
Il 23 e 24 febbraio una delegazione del Tavolo Asilo e Immigrazione, insieme all’On. Rachele Scarpa, ha effettuato un nuovo accesso al centro di Gjader. Quanto emerso accerta uno scenario grave e per molti versi paradossale: nonostante i due rinvii pregiudiziali pendenti davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione europea – il secondo dei quali sulla firma del protocollo stesso – il governo non solo non sospende i trattenimenti, ma aumenta in modo significativo i trasferimenti forzati dai CPR italiani verso l’Albania.
Nelle ultime due settimane si sono registrati due trasferimenti di circa 35 persone ciascuno. Oggi sono circa 90 le persone trattenute a Gjader: il numero più alto dall’apertura del centro, nell’ottobre 2024. Per dieci mesi i trasferimenti sono avvenuti con numeri molto più contenuti, in media circa dieci persone per volta, con una presenza complessiva intorno alle venti persone. Oggi si arriva a circa 90 presenze. I numeri segnalano un’accelerazione evidente e indicano la volontà del governo di normalizzare il funzionamento del centro, consolidandolo come parte strutturale del sistema di detenzione amministrativa, nonostante i rinvii pendenti alla CGUE.
L’esercizio del diritto alla difesa è limitato dalla distanza geografica e il diritto alla salute compromesso, come emerge dal registro degli eventi critici e dal numero di persone che soffrono vulnerabilità psicofisiche e che nonostante ciò, vengono trasferite nel CPR.
Dalle testimonianze raccolte emerge che i trasferimenti verso l’Albania avvengono, anche nell’ultimo periodo, con un uso generalizzato dei dispositivi di coercizione per l’intera durata del viaggio, senza una valutazione individuale sulla necessità e proporzionalità della misura.
Le persone riferiscono di non aver ricevuto ordini formali di trasferimento ed è tanto più grave in considerazione del fatto che l’autorità giudiziaria ha già ritenuto illegittima la mancanza di un ordine formale di trasferimento. Ancora non sono noti i criteri in base ai quali vengono selezionate le persone. I profili sono estremamente eterogenei per storia personale, anzianità di presenza in Italia e nazionalità, elemento che rafforza l’opacità delle procedure adottate.
L’arrivo massivo delle ultime settimane ha generato forte confusione e disorientamento tra le persone trattenute. Il dato è riscontrabile anche nell’aumento delle annotazioni riportate nel registro degli eventi critici, segnale di una tensione crescente all’interno della struttura.
Finora, la maggior parte delle persone trasferite in Albania è stata poi riportata in Italia a seguito della presentazione di una domanda di asilo. Moltissime sono rientrate anche per la rivalutazione dell’idoneità al trattenimento per ragioni sanitarie. I rimpatri effettivamente eseguiti sono stati pochi e, in ogni caso, sempre successivi al ritorno delle persone in Italia, escluso il caso dei cinque cittadini egiziani rimpatriati direttamente via Tirana a maggio 2025.
Dagli accessi agli atti risulta inoltre che, in tutti i casi in cui l’ente gestore ha convocato la Commissione per la valutazione delle vulnerabilità, le persone sono state trasferite in Italia in quanto riconosciute vulnerabili e inadatte al trattenimento. Segnale che, per moltissime persone, il trasferimento in Albania non doveva avere luogo proprio alla luce delle loro condizioni psicofisiche.
Tra le persone trattenute vi è una persona che si trovava nel CPR di Bari e che è stato il primo soccorritore del 25enne Simo Said, deceduto il 12 febbraio all’interno del CPR pugliese. Questo ragazzo, che dovrebbe essere sentito dalle autorità nell’ambito dell’incidente probatorio sulla morte di Simo Said, è stato inspiegabilmente portato a Gjader, e, anche alla luce di quell’evento traumatico, presenta un grave stato di sofferenza psicologica e numerosi episodi di autolesionismo che non sembrano essere stati oggetto di una rivalutazione dell’idoneità alla permanenza in CPR. È trattenuta anche una persona proveniente dall’Iran, nonostante l’attuale clima politico del Paese renda di fatto impossibile il rimpatrio. Colpisce inoltre la presenza di moltissime persone che avevano un lavoro regolare in Italia, lo hanno perso e, a seguito di ciò, hanno perso anche il permesso di soggiorno: persone inserite nel tessuto sociale e lavorativo, poi trasferite coattivamente in Albania.
Emerge poi un elemento che rende il meccanismo ancora più grave: almeno due delle persone incontrate erano già state trattenute a Gjader, poi riportate in Italia e ora nuovamente trasferite in Albania. Un rimbalzo forzato che evidenzia la natura profondamente lesiva e propagandistica di questo sistema.
Per la prima volta è stato utilizzato il carcere presente nella struttura di Gjader, per la detenzione di una persona accusata di aver commesso un reato mentre si trovava nel CPR. Il giorno successivo la persona è stata trasferita in Italia.
L’incremento dei trasferimenti e l’ampliamento delle presenze segnano un passaggio di estrema gravità: il cosiddetto “modello Albania” si colloca fuori dal perimetro giuridico europeo di riferimento e il protocollo non è compatibile neanche con le disposizioni contenute nei regolamenti connessi al Patto europeo su migrazione e asilo.
I costi umani ed economici dell’esperimento albanese continuano a salire davanti all’ostinazione del governo. Quando saranno i tribunali a prendere atto dell’incompatibilità, i giudici saranno di nuovo incolpati del mancato funzionamento del centro?
Il Tavolo Asilo e Immigrazione e l’On. Rachele Scarpa chiedono al governo la sospensione immediata di tutti i trasferimenti verso il CPR di Gjader e la chiusura del centro, struttura che continua a operare fuori dal perimetro del diritto, in un quadro di radicale contrasto con i principi fondamentali.
Morti sul lavoro, silenzio mediatico sempre più fitto: tre vittime in un weekend
Indifferenza generale – Nel nostro Paese si continua a morire di lavoro, anche se i media ne parlano sempre meno. Il servizio di Federica Bartoloni.
Depositate le motivazioni della sentenza di piena assoluzione per il manutentore dell’orditoio nel quale Luana D’Orazio morì a 22 anni dopo 4 giri a causa della manomissione dei dispositivi di sicurezza. Cusimano, questo il nome dell’imputato, unico tecnico deputato a riparazioni e modifiche dei macchinari, non ha commesso il fatto. Aperta l’indagine per omicidio colposo a seguito dell’autopsia sul corpo di Pietro Zantonini, il vigilante morto di freddo nel suo gabbiotto del cantiere delle Olimpiadi Milano Cortina appena concluse. Ad essere indagato il titolare della società di vigilanza. Ieri, intanto, dopo un fine settimana segnato da 3 morti sul lavoro e altrettanti gravi infortuni, è morto a 24 anni Carmine Albero, operaio. Notizie che troviamo quasi esclusivamente sulla stampa locale, segnate dalla frase di rito “secondo le prime ricostruzioni” che, quasi mai, troverà aggiornamenti.
Rapporto Acli-Next-Tor Vergata: sanità a rischio equità
Razionamento sanitario – L’accesso alle cure nel nostro Paese è fortemente condizionato dalla capacità economica dei singoli. Lo dice il nuovo Rapporto di Acli, Next e Università Tor Vergata. Ascoltiamo Raffaella Dispenza, vicepresidente Acli.
La ricerca, basata sull’analisi di oltre 8 milioni di dichiarazioni dei redditi (modello 730) tra il 2019 e il 2024, documenta l’esistenza di un razionamento sanitario implicito. Dividendo la popolazione in 5 scaglioni di reddito, dal più basso al più alto, la spesa media “di tasca propria” (out of pocket) ed escludendo i ticket sanitari, evidenzia che i contribuenti con i redditi più elevati spendono mediamente fra quattro e cinque volte in più rispetto ai contribuenti con i redditi più bassi. Un fenomeno dovuto ai limiti di accesso alla sanità pubblica (lunghi tempi di attesa e carenze nei servizi di cura non emergenziale) che spingono chi può permetterselo verso il privato, lasciando indietro le fasce più fragili.
I dati chiave del rapporto
Divario di spesa: A parità di condizioni di salute, i contribuenti più poveri spendono tra i 1.000 e i 2.000 euro in meno all’anno in cure sanitarie rispetto ai più abbienti.
Rinuncia totale: circa il 57% dei contribuenti appartenenti allo scaglione di reddito più basso non dichiara alcuna spesa sanitaria privata. Nel sottocampione degli anziani la differenza tra basso e alto reddito si fa più evidente: il 55-60% non dichiara alcuna spesa sanitaria privata, contro il 7-15% dei coetanei più ricchi.
La spesa in farmaci: il valore medio annuo della spesa farmaceutica passa da circa 278 euro nello scaglione di reddito più basso a oltre 415 euro nello scaglione più elevato; queste differenze non riguardano solo la probabilità di acquistare farmaci, ma anche il valore medio della spesa sostenuta.
L’effetto del reddito sulla spesa: un aumento di reddito per chi si trova negli scaglioni più bassi aumenta la spesa sanitaria di più di quanto avviene per chi si trova negli scaglioni più elevati evidenziando il peso maggiore di bisogni insoddisfatti
Effetto Pandemia: Il COVID-19 ha agito come amplificatore delle diseguaglianze. Mentre i redditi alti hanno recuperato rapidamente i livelli di spesa sanitaria pre-pandemici, per i ceti fragili, gli anziani e le donne il recupero è ancora incompleto.
Territori e LEA: dove i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) sono più alti, funzionano meglio prevenzione e servizio pubblico e il ricorso forzato al privato diminuisce sensibilmente.
«In sanità – ha spiegato Saverio Mennini, capo Dipartimento Programmazione del Ministero della Salute – c’è un problema di equità nell’accesso, riscontrato negli ultimi 20 anni. Con questo Ministero abbiamo posto in essere una serie di azioni, quali l’aggiornamento annuale dei LEA, l’incremento del finanziamento, il decreto sulle liste d’attesa, la delega delle professioni sanitarie e sull’assistenza ospedaliera e territoriale, che tendono ad eliminare la disomogeneità d’acceso alle cure. Questa è la questione da affrontare con attenzione».
«I dati mostrano una realtà preoccupante. Il nostro Servizio Sanitario sulla carta è universale, ma, fuori dall’emergenza e dai codici rossi, barriere economiche e lunghi tempi d’attesa costringono i più fragili a rinunciare alle cure – dichiara Leonardo Becchetti, fondatore di NeXt Economia e professore dell’Università di Roma Tor Vergata, curatore della ricerca – parliamo di una spesa sanitaria inferiore fino a 2.000 euro tra il primo e l’ultimo scaglione di reddito. Miglioramento della sanità pubblica e delle case di comunità, prevenzione, ottimizzazione della spesa, progressività fiscale sono le azioni che servono per rimettere al centro i territori e la comunità, trasformando la salute da bene di mercato a pilastro di una nuova economia civile».
«Purtroppo, nonostante rappresenti uno dei pilastri fondamentali del welfare del nostro Paese, la sanità pubblica, accessibile e garantita, è oggi in evidente ritirata. – ha dichiarato il Presidente delle Acli nazionali, Emiliano Manfredonia – I redditi più alti si rivolgono sempre più frequentemente al settore privato, potendosi permettere spese maggiori, mentre i redditi più bassi restano indietro, costretti a rinviare o rinunciare alle cure. È un dato che deve farci riflettere anche il ricorso sempre più diffuso – ormai quasi un’abitudine di massa – ai sistemi di intelligenza artificiale per rispondere a bisogni di salute: un segnale della difficoltà di accesso e della ricerca di soluzioni alternative. Come ACLI, operatori di pace e di democrazia da oltre ottant’anni, sentiamo il dovere – come diciamo spesso nel nostro Patronato – di trasformare i diritti in pane. In questo caso, di trasformare il diritto alla salute in accesso reale e garantito ai servizi per tutte e tutti. È il senso anche degli Sportelli Salute che abbiamo aperto in diverse parti d’Italia: strumenti concreti per accompagnare le persone e ridurre le disuguaglianze.»
«Il credito cooperativo – ha detto Augusto dell’Erba, Presidente Federcasse BCC – è da anni impegnato ad esprimere valori ed attività che vanno oltre la banca. Noi, infatti, siamo presenti sui territori e nelle comunità di cui siamo espressione e abbiamo ben presente che non è più sufficiente fare solo la banca, ma qualcosa di più. Per questo siamo impegnati, con le nostre mutue, in progetti di welfare dove siamo orientati a fornire servizi di tipo sanitario».
«L’allungamento della vita media – ha dichiarato Anna Maria Colao, Vice Presidente Consiglio Superiore Sanità e Presidente Fondazione FORME – ha modificato tutto quello che il cittadino può ottenere dal nostro sistema sanitario. Mi sento di soffermarmi, in tal senso, sulla tematica della prevenzione. Per diventare sostenibili e mantenere le cure, infatti, dobbiamo implementare le strategie di prevenzione. Occorre, quindi, educare e informare la popolazione».
«Per contrastare queste disuguaglianze – ha aggiunto Raffaella Dispenza, Vicepresidente nazionale delle Acli – servono interventi complessi e articolati: maggiori investimenti nella sanità, riportandoli in linea con quelli di altri paesi europei, ma soprattutto una medicina di territorio che sappia prendere in carico le cronicità e dare risposte alle tante situazioni di non autosufficienza».
Alcune possibili direzioni di policy per contrastare la crescita delle diseguaglianze:
Potenziamento del sistema pubblico con prevenzione e LEA. La prevenzione è una leva cruciale: dove screening, medicina territoriale e sanità pubblica funzionano meglio, la necessità di sostenere spese private si riduce e l’accesso alle cure diventa meno dipendente dal reddito. Un miglior livello di LEA riduce le diseguaglianze.
Valorizzazione delle “Case di comunità”. L’integrazione con i servizi sociosanitari, con il contributo sussidiario del terzo settore, aumenta l’accesso al diritto alla salute.
Maggiore equità nella fiscalità sanitaria. Superare l’attuale sistema che esclude chi si trova nella “no-tax area” e rendere le agevolazioni fiscali più progressive e introdurre meccanismi rimborsabili per i redditi più bassi.
Sanità e territorio. Il mancato accesso alle cure non si concentra tanto sulle emergenze, quanto sulle prestazioni differibili ma essenziali: visite specialistiche, diagnostica, follow-up e cure croniche. Ridurre i tempi di attesa in questi ambiti significa ridurre la necessità di ricorrere al privato e può essere possibile integrando Stato, Mercato e Comunità;
Sistema assicurativo complementare. Il rafforzamento di forme di assicurazione sanitaria integrativa a carattere mutualistico e non profit potrebbe contribuire a ridurre le diseguaglianze, offrendo una copertura accessibile anche a lavoratori precari, anziani e famiglie a basso reddito;
Procurement orientato al valore. Adottare politiche di acquisto di dispositivi medici che premino la sostenibilità sociale e la trasparenza, libera risorse da reinvestire dove realmente serve;
Monitoraggio costante. Creare un coordinamento nazionale, collegando i diversi osservatori nazionali già esistenti, darebbe la possibilità di avere un “cruscotto di indicatori” capace di misurare sistematicamente il razionamento sanitario.
Minori migranti, CNCA: “Diritti sotto attacco”
Doppi standard – Preoccupazione da CNCA per le nuove norme sui minorenni stranieri. Il servizio è di Giovanna Carnevale.
Il recente ddl sull’immigrazione fa discutere anche per quanto riguarda le misure sui minorenni migranti soli. “I loro diritti sono sotto attacco”, afferma il Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti. In particolare, a destare contrarierà è l’abbassamento da 21 a 19 anni, del periodo in cui i giovani possono godere di sostegno da parte del sistema di protezione, con percorsi educativi, formativi e lavorativi. Il limite più restrittivo per i migranti, rispetto agli italiani, andrebbe in contrasto con la Costituzione, sottolinea CNCA, che denuncia così un doppio standard di tutela.
Officine Unicef, al via la seconda edizione: focus su advocacy e partecipazione
Officine Unicef – UNICEF Italia annuncia l’avvio della seconda edizione del percorso formativo dedicato quest’anno al tema “L’advocacy per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza”, con un focus specifico sulla partecipazione attiva di bambini e ragazzi nelle decisioni che li riguardano, un principio cardine sancito dall’articolo 12 della Convenzione ONU che guida l’advocacy per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.
Caso ispezione ospedale Ravenna: attacco all’autonomia dei medici
La cura non è un reato – Dopo la perquisizione al reparto Malattie infettive dell’ospedale di Ravenna per i certificati di idoneità alla reclusione nel Cpr, La Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM) assieme ad associazioni e a oltre 30 mila cittadini e cittadine che hanno firmato un appello, definisce inaccettabile l’attacco all’autonomia medica.




